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  • Immagine del redattoreChiara Franzoni

Quando la comunicazione salva le relazioni

“L’austerità della parola consiste nell’usare un linguaggio veritiero, gradevole, benefico, teso a non agitare gli altri, e anche nello studio del Sé. Serenità, semplicità, controllo di Sé e purificazione della propria esistenza sono le austerità della mente.”

Bhagavad-gita, XVII.15-16



Ad una prima attenta lettura di questo sutra del sacro testo induista/vaishnava “Bhagavad-gita così com'è”, commentata da Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, il significato di tale frase sembra tanto chiaro quanto semplice da attuare, in realtà non sempre è così. Quante volte siamo veritieri, sereni e attenti a non agitare gli altri con le nostre azioni e con le nostre parole? E’ difficile il più delle volte interagire con qualcuno e mettere da parte l’orgoglio/ego ascoltando attentamente i bisogni senza pre-giudizio, con l’attitudine di non pensare a priori di sapere già cosa ci sta dicendo l'interlocutore e quindi pensando subito a cosa rispondere ancor prima di aver finito di ascoltare. Da qui l'importanza di osservare la persona come unica e con la sua peculiare personalità, è importante ascoltare il suo vissuto attentamente per poter riuscire a rispondere in maniera adeguata.

“La capacità di comunicare in maniera corretta e di relazionarci con gli altri è un lavoro che richiede la maggior parte della vita e oltre, è un’arte”.

Marco Ferrini

Quest’arte va imparata, e due presupposti fondamentali per praticare una comunicazione non violenta sono l’umiltà e l’empatia. “La CNV (Comunicazione Non Violenta), si basa su abilità di linguaggio e di comunicazione che rafforzano la nostra capacità di rimanere umani, anche in condizioni difficili. La CNV ci guida nel ripensare il modo in cui esprimiamo noi stessi e ascoltiamo gli altri. Invece di limitarsi ad essere reazioni automatiche, abituali, le nostre parole diventano risposte coscienti basate sulla solida consapevolezza di ciò che percepiamo, che sentiamo e ciò che vogliamo. Siamo perciò indotti ad esprimere noi stessi con onestà e chiarezza, allo stesso tempo prestando agli altri un’attenzione rispettosa ed empatica.”Gli anziani dicevano: “Ricorda! La lingua ferisce più della spada!”La nostra comunicazione violenta verso l'altro, lede l’interlocutore creando una ferita emotiva che resterà impressa nel suo inconscio se non sarà in grado di elaborata immediatamente grazie a un serio lavoro introspettivo. Soprattutto resterà una ferita nel nostro inconscio, in quanto nella nostra coscienza è già insito il significato di “Amore” e nel profondo si avrà l’impressione di aver fatto qualcosa che stride con il nostro senso etico, di giustizia e di accoglienza verso l'altro.Nonostante in un primo momento si creda di aver ricevuto soddisfazione dicendo ciò che si pensava sputando il cosiddetto “rospo” , in realtà quest’atto ricadrà pesantemente sulla nostra coscienza, e sulle reazioni di ciò che abbiamo compiuto anche se al momento non lo vogliamo ammettere perché l’ego continua a sussurrarci di aver agito nel migliore dei modi, anche se tuttavia non è così.

“E' meglio essere offesi che offendere, è meglio essere traditi che tradire, è meglio essere derubati che derubare”Marco Ferrini

Questo non significa diventare passivi e subire qualsiasi cosa, significa discernere e valutare il comportamento da adottare nelle singole situazioni. Se vengo offeso o tradito ho sempre a mia disposizione il dono del “perdono”, se offendo o tradisco non ho a disposizione la certezza di venire perdonato in quanto posso chiedere perdono ma non è nella mia disponibilità pretenderlo.Parlare con il cuore è l’unico modo per comunicare anche qualcosa di spiacevole all’interlocutore facendo in modo che la comunicazione passi in modo neutro, senza pregiudizi ma attraverso dati oggettivi, nella maggior parte dei casi questo evita conflitti relazionali.Quindi: “Vogliamo essere felici o avere ragione?” Se vogliamo avere ragione a tutti i costi è molto probabile che si entri in conflitto con l’altro, se invece non si “pretende” di avere ragione, saremo felici per non aver scatenato un conflitto “inutile”.Possiamo essere felici per non aver risposto in modo violento ad una persona, solo se prima riusciamo a fare un lavoro introspettivo che ci permette di lasciare andare, tuttavia se questo non accade e ciò che volevamo dire resta in noi come un’emozione di rabbia o frustrazione non gestita, non avendo espresso ciò che pensavamo, non avremo avuto ragione né saremo felici.Non generare conflitto riporta alla felicità ontologica insita dentro ognuno di noi. Da quando riceviamo uno stimolo a quando rispondiamo con l’azione c'è uno spazio di tempo, e in quello spazio possiamo scegliere se procedere con una azione automatica dettata dalla mente reattiva inconscia, che può verificarsi rispondendo ad es. con “rabbia” e dandogli potere, facendosi trasportare dall'emozione dominante, oppure fuggire allo stimolo o non reagire per nulla e paralizzarsi.Queste sono risposte automatiche dell’inconscio, dove risiedono pregiudizi , giudizi , pensieri, emozioni e valutazioni personali.La scelta non è nella maggior parte dei casi consapevole. Quella frazione di millesimo di secondo tra lo stimolo e la nostra reazione inconscia, è un momento di potere del Sé che possiamo cogliere per ascoltarci in profondità, rispondere in modo consapevole e non violento, sospendendo l’azione, aspettando e riflettendo su quale può essere il modo migliore per comunicare la nostra emozione e il nostro bisogno di quel momento, in modo gentile.Nella nostra risposta risiede la nostra crescita e la nostra libertà. Questo lo possiamo fare in quanto esseri umani, altrimenti rispondendo istintivamente non saremmo diversi dagli animali che agiscono per istinto.Questa è la via evolutiva che ci permette di prendere consapevolezza di bisogni ed emozioni nostre ed altrui. Diventando spettatori passivi e non protagonisti attivi della dinamica reattiva in atto, prendendo le distanze, possiamo gestire il controllo delle reazioni impulsive. Quindi è necessario non osservare con l’ego (io empirico) ma con il vero Sé il nostro essere più profondo, ontologico.Possiamo quindi rendere felice l’interlocutore non rispondendo immediatamente in modo violento, possiamo comunicargli che in quel preciso momento, scegliamo di prenderci del tempo per noi (pausa voluta), per elaborare e possiamo tornare in seguito a comunicare col cuore, cioè onestamente qual' è il nostro sentire, solo quando ci saremo riappropriati della nostra centratura.Per poter ottenere un risultato ottimale nell’applicazione della CNV è necessaria la conoscenza di Sé, la gestione delle proprie risorse positive e la condotta tramite un atto volitivo per la trasformazione delle tendenze che causano la coazione a ripetere.Grazie inoltre ad un processo meta-cognitivo (oltre il pensiero, come la meditazione) possiamo riscoprire la funzione evolutiva necessaria per migliorare la nostra visione dell’accaduto mentre è ancora in atto, facendo propria la capacità di “aspettare”.Tramite l’osservazione interiore e la visualizzazione, possiamo recuperare off-line i momenti emotivi che ci hanno disturbato e lavorandoci, rivederli, osservarli e accoglierli , vedere come si muovono interiormente, riuscire a conoscere e a ri-conoscere i propri bisogni, osservare come mettere in moto la gestione dell’osservazione avvenuta e trasformarla, mettendo in moto i cambiamenti nella vita nel qui e ora.Come nel colloquio di counseling, in ogni relazione il presupposto fondamentale per entrare in connessione con chiunque è l'empatia.La prima descrizione di empatia venne fatta da Edith Stein specificando che cogliere il vissuto dell’interlocutore è ben più che “mettersi nei panni dell’altro”.Capita sovente di dire agli altri quando si chiede attenzione e comprensione : “Prova a metterti nei miei panni!”. Non è possibile mettersi completamente nei panni dell’altro perché ogni individuo ha una peculiare capacità di percepire il proprio vissuto interiore che non sarà mai comprensibile nello stesso identico modo per un altro.Esempio: Può capitare che un genitore con incomprensioni o problematiche gravi con figli adolescenti parlando con chi non ha figli, dica loro: “Tu non ha figli e quindi non puoi capire!”, Questa è un’esternazione da parte di chi la pronuncia carica di pre-giudizio in quanto il genitore ha dei bisogni da soddisfare, che potrebbero essere: di comprensione, supporto ed efficacia nella comunicazione e uindi immagina che chi non ha figli semplicemente non possa fornirgli empatia e comprendere la situazione in tutta la sua ampiezza.E' invece più facile dare empatia da parte di chi non si trova nella stessa dinamica. Osservando il vissuto ascoltiamo anche il bisogno di questo genitore, ovviamente non sarà possibile sostituirsi a lui, tuttavia si potrà far comprendere che è ascoltato e supportato nella sua sofferenza, e solo quando si sentirà accolto, in seguito si potrà offrire un punto di vista alternativo, da un'altra prospettiva che magari non aveva ancora preso in considerazione essendo coinvolto in prima persona.Imparare a comunicare è veramente un'arte ed è alla portata di tutti, con lo scalpello della volontà e la conoscenza come materia prima, è possibile creare una comunicazione perfetta!

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